Dipinti-sculture - Parrocchia Bernezzo

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Dipinti-sculture

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Dipinti, icone e sculture


   L'icona dell'altare

Si riporta di seguito, quasi integralmente l'articolo di Pier Angelo Rollino comparso su un bollettino dove ben descrive l'icona e la sua storia.
"Chi entra nella Chiesa della Madonna certamente non può non notare il grande quadro di icona che campeggia dietro l'altare maggiore. Si tratta di un dipinto su tela di notevoli dimensioni, circa 4,30 × 3,50 m che assieme ad alcune altre opere arricchisce l'interno della Chiesa. La pittura centrale di autori ignoti risale alla fine del 1500 (al 1670, secondo don Bernardino) ed è di ottima fattura.

L'opera, che fu commissionata sul posto, è probabilmente l'espressione della grande fede nella Madonna che caratterizzò gli anni che seguirono la vittoria dei cristiani nella battaglia di Lepanto del 1571. Sullo sfondo è rappresentato il paesaggio di Bernezzo di allora: il Paese, Rinerme e (il monte) Tamone. Al centro compaiono la Madonna con il bambino Gesù mentre consegnano la corona a S. Caterina e a S. Domenico che stanno in ginocchio. Ai lati i due patroni della nostra parrocchia i Santi apostoli Pietro e Paolo. I quindici quadretti (incorniciati con fregio dorato) che attorniano quello più grande risalgono invece al 1664 e rappresentano i 15 misteri del S. Rosario.

Hanno un valore artistico sicuramente minore e furono dipinti su tela senza imprimitura (il vocabolario spiega che si tratta di una apposita preparazione stesa dai pittori su tavole, tele ecc. per renderle idonee a ricevere i colori e facilitare la scorrevolezza e l'inalterabilità, ndr), utilizzando per la maggior parte colori ossidati.

La loro realizzazione si rese necessaria per poter consentire di erigere nella chiesa della Madonna la Confraternita del S. Rosario. Fu l'allora marchesa di Bernezzo che finanziò l'opera donando 64 lire. Con tale somma venne realizzata anche la cornice dorata ad opera di Bartolomeo Ghio. Per moltissimi anni non risulta siano stati fatti lavori di manutenzione del quadro fino all'estate del 1935 quando don Bernardino Dalmasso, che ha quel tempo era Vicecurato provvide prima a fare sostituire gli ormai logori telai delle tele e poi la cornice dorata. Il lavoro fu affidato al falegname Chiappello Giuseppe. Successivamente il quadro venne ripulito e fu installato un impianto di luce elettrica. L'insieme dei lavori costò 182 lire. Pochi anni dopo, nel 1949, l'impianto di illuminazione fu sostituito da uno più moderno donato da una famiglia bernezzese…."

   I dipinti


"Parecchie pitture di pregio formano il tesoro della Chiesa" scriveva don Bernardino nell'inventario dei beni della Chiesa della Madonna.
A questo proposito si rende necessaria una precisazione: la maggior parte dei dipinti collocati sui muri delle navate laterali giacevano sino al 2000 sotto uno strato di intonaco. Gli unici visibili erano quelli raffiguranti S. Anna (riportata alla luce purtroppo in modo rozzo, porta infatti i segni delle martellate che hanno sfregiato l'immagine), una parte dell'affresco di S. Cristoforo e il trittico medievale. Le altre pitture sono state rinvenute con un meticoloso lavoro di recupero.

       I quattro evangelisti
       S. Cristoforo
       S. Anna
       Il trittico medievale


I quattro evangelisti

Nella piccola abside di destra, a ridosso del campanile, sulla volta gotica a crociera si può ammirare l'affresco raffigurante i simboli dei quattro evangelisti. Quattro cordonate o costoloni a fasci di fiori salgono fino ad incontrarsi in una chiave di volta cilindrica che reca il monogramma YHS, dando origine a quattro vele (o triangoli) curvilinee nelle quali compaiono questi quattro simboli, che reggono dei cartigli riportanti le parole iniziali dei rispettivi Vangeli.
S. Giovanni ha il simbolo dell'aquila con la scritta: «In principio erat Verbum et Verbum erat apud Deum (presso Dio)»;

per S. Matteo si scorge l'angelo vestito di bianco e il cartiglio: «Cum natus esset YHS in Batlehem Iudae in diebus Herodis regis (al tempo del re Erode), ecce magi».
S. Luca è simboleggiato dal toro rosso e la scritta: «Missus est Gabriel angellus a Deo in civitatem Galileae cui nomen Nazaret ad virginem».
S. Marco è rappresentato dal leone alato con la scritta: «Recumbentibus duodecim discipulis apparuit illis YHS et exprobravit (rimproverò) incredulitatem eorum».
L'opera è di pittore anonimo detto anche il pittore di Elva per i famosi affreschi che si conservano pure in quella parrocchia alpestre.




S. Cristoforo


Questo affresco affiora tra la seconda e la terza lesena della parete destra della Chiesa, a poco più di quattro metri dalla cappella degli evangelisti. Don Bernardino la descriveva così:"Si vede il bel volto del Santo e del Bambino Gesù che egli regge sulle spalle, il lungo bordone e in basso l'acqua i pesci. Tutto il resto di quell'opera, che è di ottima fattura, è coperto da calce e richiederebbe un paziente e tecnico lavoro per essere rimesso in luce".(ora restaurato)




S. Anna

Si può ammirare sulla parete sinistra "una Sant'Anna già martellata e sotto uno spesso strato di intonaco là dove si apriva un tempo una porta laterale della Chiesa. E' un raro esempio di affresco di stile piramidale che venne ripristinato dopo i lavori di risanamento della Chiesa".

Il trittico medievale


Questo trittico si trova ben conservato (oggi lo si può ammirare in tutto il suo splendore e nei suoi colori vivi grazie al restauro) all'inizio della parete sinistra, entrando. L'affresco rappresenta nel primo riquadro una bella Madonna con il Bambino Gesù, che tiene in mano il mondo, segnato da una grande croce, e con l'altra si volge alla Gran Madre. La vergine ha una veste tendente al rosso e il manto celeste, il Bambino Gesù è vestito di una tunica giallognola.
Esiste una curiosa circostanza legata a questa Madonna:

la stessa immagine, o quasi, si trova a Viterbo col nome di Madonna della Quercia. Ce ne parlava don Bernardino in un articolo del febbraio 1987: "La piccola immagine di Viterbo, su un embrice (lastra di terracotta, ndr), era dapprima appesa ad una quercia, nel podere di Magno Ruzzante perché gli difendesse i raccolti dalle calamità atmosferiche e dai ladri. Era stata eseguita da tal maestro Cesare Martello detto "Magister Monettus", nome d'arte, nell'anno 1417.
Le altre due sezioni raffigurano la famosa leggenda di S. Eligio, patrono degli orafi e dei fabbri, e testimoniano una particolare devozione nel periodo medievale a Bernezzo per questo Santo.
Sopra il trittico compare un fregio (giudicato rozzo da don Bernardino) e nella spaziatura intercalare possiamo individuare il nome dell'autore e la data: "Hanc operam fecerunt fieri o.d. D. Delfinus et Magister Monettus delemosinis ed honorem Dei et B.M.V. 1420"


La leggenda di S. Eligio


Eligio nacque a Chapelat nel Limousin nell'anno 589 circa e morì nell'anno 659, il primo dicembre, in età di settant'anni, dopo venti anni di episcopato come vescovo di Nayon e Tournay.
Di famiglia povera (il padre Eucherio, la madre Terrigia), fu avviato a Lione presso un orefice di nome Abbone perché imparasse un mestiere. Si esercitò nella zecca in cui si coniavano le monete reali. Da Lione passò a Parigi, ove fu presentato al re Clotario per il quale esegui ben due seggi d'oro ornati di gemme. Restò a corte anche sotto il giovane figlio Dagoberto, ma nel 639 lasciò il palazzo ed entro negli Ordini. Fu allora che, alla morte di S. Medardo, Vescovo di Noyon e Tournay, venne incaricato di provvedere alle richieste del popolo e poi, con sua grande sorpresa, a nome del popolo e dei Vescovi della Regione venne chiamato a succedere in quel episcopato.
La leggenda che lo riguarda è del secolo XIV e ci venne trasmessa in diverse versioni.
Eligio sa di essere un provetto maniscalco e si vanta di saper fissare il ferro allo zoccolo del cavallo con tre soli colpi di martello. Viene alla sua bottega un viandante e lo prega di rimettere il ferro al suo cavallo. Eligio lo invita a tirar dentro l'animale. "Come? Non sai?" e così quel forestiero taglia con la spada la zampa al cavallo, entra e va all'incudine: con un sol colpo di martello attacca il ferro, poi con un bel segno di croce riattacca l'arto al suo destriero. Eligio vede, e capisce: "E il Signore!". Si getta in ginocchio e adora, poi confessa umilmente: "Sì, c'è un più abile di Eligio perché sa e può attaccare con sol colpo il ferro del cavallo.

La statua della Madonna del Rosario


Scriveva Pier Angelo Rollino su un bollettino a proposito di questa statua, che è collocata nella navata laterale destra della Chiesa: "…questa statua tanto cara a tutti i bernezzesi risale al 1600. Chi ne fu l'autore non lo sappiamo. L'opera risulta però di buona fattura: è costruita con un legno non facile da lavorare, probabilmente di noce. Abbiamo notizie di vari interventi nel corso degli anni. In particolare è stata più volte riverniciata e non sempre del colore attuale. La prima volta fu probabilmente nel 1764. A testimonianza della tanta fede che sempre ha contraddistinto i nostri parrocchiani bisogna ricordare che nel 1819 furono spese ben 123 lire per acquistare dell'orefice Villanuova le corone in argento fino per la Madonna e per il Bambino. Purtroppo il suo stato di "salute" ultimamente era peggiorato. Saranno state le tantissime processioni per le vie di Bernezzo, qualche colpo subìto nei vari spostamenti o più semplicemente l'età, ma aveva proprio bisogno di una sistemata per potersi conservare a lungo…sia alla statua della Madonna sia a quella del Bambino sono stati rifatti un braccio e due dita di una mano (ad opera di Roberto Fornero); ad uno dei due Angeli che si trovano alla base è stata ricostruita un'ala mentre il terzo è stato necessario rifarlo completamente. Il lavoro è continuato con una modifica al mantello della Madonna e la ricostruzione dello zoccolo della scultura ormai particolarmente malandato. Infine l'opera si è conclusa con la riverniciatura di colore dorato. Particolare cura è occorsa per riprodurre sul mantello disegni floreali molto più piccoli di quelli che, ormai scoloriti, appena si intravedevano in precedenza…".




Il Battistero


E' costituito da una colonna e vasca esagonale in stile gotico, sormontato da un tiburio di legno dorato, tiburio che pochi anni fa è stato ridotto alla sola guglia dalle cattive condizioni del materiale.
La vasca e la colonna sono di marmo di diverso colore. Per i pregi della scultura l'opera è elencata tra i monumenti di scultura del Piemonte.
Esso venne trasferito nella chiesa della Madonna dalla vecchia chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo il 31 dicembre 1956 (l'anno successivo fu trasferito il titolo parrocchiale). Si trova nella cappella destra della chiesa.

 
 
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